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Cinque domande a... Pippo Lai

di Luigi Alfonso | 27.11.2014 - ore 13:57


Il basket fa parte del suo Dna, ma Pippo Lai da tempo non calca più i parquet. Storico play maker dell’Esperia che sfiorò l’A2, 54 anni (è nato il 28 novembre), di professione fa l’avvocato tributarista nello studio che fu anche dell’indimenticabile fratello maggiore, Antonio. I duelli con Sergio Milia, nei derby con la Dinamo in B1, accendevano i Palazzetti di Cagliari e Sassari.

Pippo, hai sfiorato la serie A2 con la tua Esperia. È questo il tuo rimpianto più grande?

"Sicuramente, ogni volta che ci penso, mi mordo le mani per non essere riusciti a sfruttare le due occasioni che abbiamo avuto per andare in serie A2. Anche perché, forse, il basket cagliaritano avrebbe avuto un diverso destino. Personalmente, avendo scelto di rimanere nella mia città (rifiutando alcune offerte che mi sono giunte da società del continente), sarebbe stata una soddisfazione grandissima arrivare a giocare in A2 con la mia società".

Il presente parla di un basket sardo in crisi, con le sole eccezioni di Dinamo Sassari e Cus Cagliari. Come mai?

"La situazione è anomala, se è vero che in genere avere squadre ai massimi livelli trascina tutto il movimento. Penso che le due squadre in serie A siano il frutto di una ottima programmazione (soprattutto la Dinamo) e della capacità di trovare ed attirare risorse finanziarie. Purtroppo, la crisi del basket sardo dipende proprio dalle difficoltà finanziarie, assolutamente necessarie anche per i livelli inferiori (con qualche eccezione nel settore femminile). Poi ci sarebbe da parlare dei vivai e della formazione dei giovani, ma questo è un altro problema".

La tua generazione aveva alcuni pregi fondamentali: il cuore, la passione e la tecnica. Che cosa è cambiato, nel frattempo?

"È cambiato tutto. In primo luogo, i ragazzi hanno maggiori stimoli esterni e si avvicinano allo sport non più con la stessa passione che avevamo noi. Quindi sono meno predisposti a fare sacrifici. Ma, soprattutto, penso che ci sia maggiore attenzione al lato atletico e meno a quello tecnico. Trovo che la maggior parte dei giocatori giovani non sia dotata di buoni fondamentali e non sappia realmente ‘giocare a basket’, ma non per colpa loro".

Che cosa ti piace e cosa non ti piace del basket attuale?

"Il basket oggi è troppo atletico e c’è poca tutela dell’attacco da parte degli arbitri. Ora alla difesa viene permesso di tutto e questo va a discapito dello spettacolo. Certo, ora si vedono grandi schiacciate, anche al volo, ma ad esempio quasi mai un back-door. Mi piaceva molto il gioco della Dinamo con i Diener (soprattutto Travis), simile a quello che solitamente facevamo noi (con tutto il rispetto), molto libero e veloce. Invece, non mi piace la ricerca spasmodica dell’uno contro uno e, soprattutto, non sopporto più il pick and roll. Fondamentalmente, il basket è più semplice di come lo fanno apparire. A volte si arriva a fare un tiro al 24esimo secondo, quando lo stesso tiro si poteva prendere prima e magari da posizione migliore".

Sono lontanissimi i tempi dei derby con la Dinamo Sassari. Quanto ti mancano? Segui le partite della squadra di Sacchetti?

"I derby mi mancano moltissimo, ci tenevano sotto tensione per tutta la settimana. Mi farebbe piacere rivederne uno tra qualche anno, naturalmente in serie A. Non vedo molto spesso le partite della Dinamo, magari più facilmente quelle di coppa e dei playoff. Ma apprezzo molto il gioco che ha impostato Sacchetti e la sua gestione degli uomini e della partita".


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