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Cinque domande a... Nunzia Serradimigni

di Luigi Alfonso | 25.12.2014 - ore 00:07


Nunzia Serradimigni

Un palmarès lungo un chilometro, esperienza da vendere e un carattere forte che a qualcuno non piace. Nunzia Serradimigni, sassarese doc che il prossimo 8 febbraio compirà 55 anni, è abituata a dire pane al pane e vino al vino. Insomma, è un po’ scomoda. Appartiene a una famiglia che ha dato tanto, tantissimo allo sport sardo: la compianta sorella Roberta ha giocato a lungo in A1, il padre Umberto è stato un calciatore di ottimo livello (ha militato sia nel Cagliari che nella Torres) e lei non è stata da meno, visto che può vantare 16 campionati di A1 dopo la trafila nelle giovanili del Sant’Orsola Sassari. Ha giocato a Roma (1976-1985), Avellino (1986-1988), Bari (1989-1990) e Milano (1991-1992). Ha disputato due 2 Campionati europei juniores e vinto per due volte la Coppa Ronchetti. Infine, ha partecipato alle Olimpiadi di Mosca 1980. Insomma, una delle più forti cestiste sarde di sempre.

Una persona della tua esperienza, in questo momento, si accontenta di curare il settore minibasket della società che ha fondato (la ASD Basket Sportissimo). Non è un po’ limitativo?
"Per diversi anni ho seguito, oltre al minibasket, diversi gruppi di categorie superiori. Però l’impegno era diventato troppo gravoso, perciò ho deciso di dedicarmi ai più piccoli, che ultimamente avevo un po’ trascurato. Devo dire che è altrettanto gratificante avviare i bambini al gioco-sport, farli appassionare e divertire  con l’obbiettivo  di continuare a farli venire in palestra il più a lungo possibile".

Sei conosciuta (e apprezzata da molti) per la tua schiettezza. Quanto ti ritrovi nel basket di oggi?
"Mi riallaccio alla risposta precedente. Ho sempre lavorato con i giovani. In qualcuno di loro ho rivisto la mia stessa passione, la voglia di lavorare e sacrificarsi per raggiungere un obbiettivo, qualunque esso sia. Diciamo, quindi, che sono lontana dal basket di vertice e non posso fare paragoni con quello ‘mio’, del passato".

Il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno? Ovvero: in Sardegna abbiamo una squadra in A1 maschile e una in A1 femminile, ma alle spalle c’è un vuoto spaventoso. Come mai?

"Ovviamente la crisi economica si ripercuote anche nello sport (vedi le incertezze sui contributi regionali), pertanto molte società hanno dovuto fare un passo indietro. Malgrado questo, abbiamo comunque anche una squadra in B maschile, la serie C regionale con buone squadre (una su tutte il Tavoni, che probabilmente si trova in un campionato non suo), quattro squadre in A2 femminile e pure un discreto movimento nelle categorie inferiori. Per me il bicchiere è mezzo pieno".

L’Italia sta pagando, nel basket come in altri sport, la scarsa qualità nei fondamentali da parte dei giocatori. Perché?
"Tendenzialmente negli sport di squadra si gioca peggio rispetto agli anni passati. Il gioco è basato molto più sulla forza, sull’atletismo e sulla velocità, e il discorso tecnico viene lasciato un po’ indietro. Però esiste una contraddizione: nel basket le nostre squadre nazionali giovanili, dove fondamentali e tecnica sono determinanti, ottengono molto spesso ottimi risultati nei campionati europei o mondiali di categoria. Chiediamoci perché".

Vesti per un giorno i panni del presidente del Comitato regionale della Fip. Che cosa faresti per risollevare le sorti del basket isolano?
"Preferisco ancora vestire i panni da allenatore, perché mi piace parlare di quello che conosco. Come presidente sarei in difficoltà. Di sicuro mi piacerebbe che si prestasse più attenzione a tutte quelle società che si occupano di basket giovanile, dando magari degli incentivi, per esempio a chi riesce a portare in palestra un numero importante di atleti oppure semplicemente abbassando le tasse-gara (non so però se l’importo sia stabilito e imposto da Roma), che incidono in maniera importante nei bilanci societari".


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