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Cinque domande a… Maurizio Porceddu

di Luigi Alfonso | 01.01.2015 - ore 10:49


Maurizio Porceddu

Cinquant’anni compiuti ad aprile, buona parte dei quali trascorsi nei campi di basket: dapprima come arbitro (regionale dal 1979, nazionale in C1 e B maschile dal 1985 al 1994), poi come commissario speciale nazionale (1995-2006), quindi come dirigente dell’Urania Milano (serie B maschile). Maurizio Porceddu ha lasciato Cagliari 18 anni fa, per motivi di lavoro, ma non ha mai dimenticato le sue radici. Oggi fa il broker per il noleggio di auto a lungo termine.

Ti manca l’arbitraggio oppure sei riuscito davvero a voltare pagina?

"Vent’anni fa ho appeso il fischietto al fatidico chiodo e devo dire che non mi manca più. In effetti, i primi anni mancavano la designazione (all’epoca veniva fatta attraverso un telegramma) e la trasferta, ma soprattutto mancava la partita. Oggi la vivo da un’altra prospettiva e con un’età diversa".

I corsi per arbitri di basket, che in Sardegna sono stati curati per tanti anni dal compianto Brancaccio Manca, duravano nove mesi e garantivano una grande selezione. Oggi non è più così.

"I corsi di Brancaccio erano una sorta di servizio militare dove resistevano in pochi, ma quelli che resistevano quasi tutti hanno fatto bene, con grande passione e professionalità. Erano tempi diversi, c’erano stimoli diversi ed avevamo molto meno rispetto ad oggi, basti pensare che le divise le facevamo fare ai sarti o nella migliore delle ipotesi la compravamo per via postale a Roma, in via delle Milizie. Ed il fischietto non era certo il Fox colorato di plastica ma, se fortunati, un Balilla dei vigili urbani. Non so se oggi si dia il fischietto a chiunque ne abbia voglia. Penso che il problema sia più profondo, e quindi non soltanto legato agli arbitri ma al movimento, quindi colpisce inevitabilmente anche ‘noi’ arbitri. Anche se bisogna ricordare che noi facciamo parte del campo e chi gioca sono appunto i giocatori".

Risiedi a Milano da tanti anni, conosci bene la realtà cestistica del Nord Italia. Anche da quelle parti si avverte la crisi, dal punto di vista della qualità?

"Sì, la crisi generale e non solo sportiva si sente decisamente anche qui, di conseguenza colpisce tutte le società anche del Nord. Indubbiamente la qualità, per una questione di numeri e di opportunità, è ancora alta soprattutto nelle categorie minori".

Come ti trovi nei panni del dirigente sportivo di una società di buon livello? Quale esperienza hai portato all’Urania Milano?

"Nel 2011 c’è stata un’opportunità nata da un messaggio su Facebook con l’allora allenatore dell’Urania: è nata come una battuta ma poi si è trasformata in una nuova avventura che, oramai, va avanti da quattro anni: un anno in Dnc e tre anni in Dnb. La società, di proprietà dei Cremascoli (famiglia storica nel basket milanese e lombardo, ndr) mi ha accolto molto bene, dandomi inizialmente il ruolo di addetto agli arbitri, mentre da due anni a questa parte faccio anche il dirigente accompagnatore in trasferta. Ho portato la mia conoscenza del gioco del basket visto anche dalla parte degli arbitri, e la cosa bella è che se i miei ex colleghi arbitrano male, il coach mi dice affettuosamente: ‘Li hai visti i tuoi amici oggi?’. Sicuramente è un bel messaggio per tutti noi e per me una bella opportunità, poter vedere e soffrire con loro e capire ancora meglio cosa c’è dietro tutto quel lavoro".

Quando incontri un giocatore o un tecnico del passato, che cosa ti dicono di solito?

"Quelli che mi conoscono meglio, mi incontrano maggiormente su Facebook, a causa della distanza tra Milano e Cagliari. Le battute più frequenti si riferiscono ai bei tempi andati, irripetibili per tutti. Due settimane fa ho letto con piacere un articolo scritto dall’amico Massimo Usai, proprio su Isola Basket: mi ha fatto tornare indietro di trent’anni e rivivere emozioni che non potrò mai dimenticare".


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