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Cinque domande a... Gianfranco Santus

di Luigi Alfonso | 18.12.2014 - ore 08:41


Gianfranco Santus si è posto un obiettivo, a Dio piacendo: arrivare almeno a 40 anni di attività ininterrotta con la Ferrini Quartu, di cui è l’infaticabile segretario factotum. A 78 anni, è tra i dirigenti sardi del basket che vanta la più lunga militanza con la stessa società. Cagliaritano trapiantato a Quartu Sant’Elena dal 1976, ha quattro figli, tutti con un passato nel basket: Giampiero (1968, l’unico che ha preso la tessera di allenatore), Giorgio (1969), Giuliano (1972) e Fabiana (1975).

Santus, parlare di lei e della Ferrini è quasi la stessa cosa, ormai.

"Diciamo che sono il trait d’union tra il passato e il presente, visto che iniziai a fare il dirigente nella stagione 1977/78. Mi coinvolse Umberto Delogu, che avevo conosciuto un anno prima in qualità di imprenditore edile, prima che decidesse di andare al Basket Quartu per dare una mano alla società di via Caserma".

Quando la rivalità tra i due sodalizi infiammava la città, sportivamente parlando. Ma perché non l’abbiamo mai vista fare il presidente?

"Mi è stato chiesto ma, per mia scelta, ho declinato l’invito. Ho sempre fatto il portaborse perché non mi piace apparire. Preferisco stare dietro le quinte. Forse oggi ho persino maggiori responsabilità, siamo rimasti praticamente in tre o quattro rispetto ai 25 dirigenti dei tempi di Giuliano Denotti".

Che cosa ricorda con maggior piacere degli anni ruggenti a cavallo dei Settanta e Ottanta?

"Tante partite entusiasmanti e un’attività intensa. Ricordo in particolare le presidenze di Giuliano Denotti e Marco Dessì, i presidenti migliori a mio avviso: erano sempre presenti, anche se uno ha guardato un po’ più al femminile (la figlia Tiziana giocava nella squadra di serie B, ndr) e l’altro al maschile. Un ottimo presidente è stato anche Paolo Cocco, che aveva sempre la parola giusta da tirar fuori nei momenti più difficili".

Che cosa è cambiato, in questi 40 anni?

"Tante cose. Oggi tutti, o comunque molti genitori, vorrebbero il proprio figlio campione. Lo pretendono titolare. Non si accontentano di vederlo giocare e crescere anche come uomo. Io non mi sono mai permesso di suggerire le formazioni ai nostri allenatori, neppure quando giocavano i miei figli. I tecnici hanno sempre goduto della massima autonomia, com’è giusto che sia".

La sua è una missione da volontario, come per la stragrande maggioranza dei dirigenti sportivi?

"Sono un appassionato dello sport, tutto qui. Da bambino seguivo il Cagliari all’impianto di via Pola, il calcio era come una droga. Ma quando Delogu mi suggerì di far praticare il basket ai miei ragazzi perché erano alti, mi sono convinto e da allora non ho più cambiato direzione. Ma quanta acqua è passata sotto i ponti! I bambini oggi usano computer o tablet sin da piccoli, e molti genitori preferiscono vederli impegnati con i videogiochi o con la tv anziché in una palestra. Sono decisamente cambiati i tempi, bisogna prenderne atto. Ma lo sport per me resta una palestra di vita. E sino a quando avrò la forza, continuerò a dare una mano al basket e alla Ferrini Quartu".


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