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Cinque domande a… Giampaolo Mazzoleni

di Luigi Alfonso | 08.01.2015 - ore 11:02


Giampaolo Mazzoleni

Compirà 52 anni il 15 gennaio. Bergamasco di nascita, è ormai sardo d’adozione: vive a Sassari dal 1981, anno in cui arrivò alla Dinamo (dove ha giocato per sette anni, tra B1 e A2), ed è legato all’ex cestista Fabiana Pinna, dalla quale ha avuto due splendidi bambini. Giampaolo Mazzoleni ha un palmarès di tutto rispetto: due scudetti con l’Olimpia Milano (allievi e cadetti), è stato nazionale juniores, ha giocato in tante squadre e allenato Porto Torres, Sant’Orsola, Olbia, Dinamo (under 18, under 19 e viceallenatore in A2) ed Edera, prima di approdare alla Dinamo 2000, dove guida under 17, under 19 e serie D. A Sassari si sente a casa sua.

Sappiamo che sei felice di lavorare alla Dinamo 2000.

"Con il direttore tecnico Gianni Motzo, il diesse Antonello Pilia e l’allenatore Paolo Merella, abbiamo pianificato un programma di tre anni che punta su sedute di allenamento intense e molto tecniche. Spero di essere un valore aggiunto per questa società, con la quale mi sento molto in sintonia".

È un po’ un ritorno al passato…

"Da troppi anni si è persa la dovuta attenzione verso i fondamentali, è molto più comodo dare due soldi a un tecnico che fa disputare partitine cinque contro cinque. Da tempo sostengo che ci sono due categorie di tecnici: quelli che allenano e quelli che fanno finta di allenare. I risultati si vedono".

Ne risente anche la Nazionale, non a caso.

"Troppi stranieri in serie A, bisogna far giocare di più gli italiani. Lo spettacolo non si limita alle schiacciate degli americani. Ci sono ottimi giocatori italiani in Legadue e in serie B, che meriterebbero più spazio. L’esempio di Reggio Emilia insegna. Impariamo da Spagna e Serbia, cresciute enormemente quando hanno deciso di puntare sui locali piuttosto che sugli stranieri. Io, poi, amo le squadre che hanno un gioco e non si limitano al solo pick and roll o al corri e tira. C’è bisogno di riprogrammare il lavoro a due e a tre. E occorre rivedere il concetto dell’uno contro uno, perché tutto parte dalla difesa".

La Dinamo è arrivata molto in alto grazie anche alla vostra generazione di giocatori.

"Beh, sì, se ora gioca a quei livelli è anche merito di chi ha lavorato sodo nei decenni precedenti: giocatori, tecnici e dirigenti. Sono orgoglioso di avervi contribuito, in qualche modo, e spero che la Dinamo si confermi ai vertici. Mi piacciono soprattutto Vanuzzo e Devecchi: non mi spiego come mai quest’ultimo non sia ancora approdato in Nazionale, visto che è uno dei migliori difensori italiani ed è capace come pochi di fare palleggio, arresto e tiro. Io, uno così, lo vorrei sempre nella mia squadra".

Come mai, nel tuo peregrinare, non hai mai allenato a Cagliari?

"Posso dirlo? È un mio cruccio, ci sarei andato molto volentieri ma nessuno mi ha mai chiamato. Sono in ottimi rapporti con molti ex cestisti cagliaritani, e ricordo con piacere ciò che mi disse l’ex general manager dell’Esperia, Giorgio Di Matteo: ‘Paolo, sei un giocatore sottovalutato, meriteresti di andare in A2’. Forse avrei potuto fare una carriera diversa, comunque sono felice di ciò che ho fatto: sia da giocatore che da allenatore, credo di aver dato sempre il mio contributo alla causa".


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