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Cinque domande a... Franco Zedda

di Luigi Alfonso | 15.01.2015 - ore 07:02


Franco Zedda (il primo a destra) in una partita al Palaserradimigni.

È stato per oltre due decenni uno degli ufficiali di campo più rappresentativi del basket sardo. Franco Zedda, cagliaritano ormai prossimo ai 65 anni, è laureato in Ingegneria meccanica ma da tempo ha smesso di svolgere la libera professione: dal 1984 insegna materie tecniche alle scuole superiori. Ufficiale di campo dal 1974 al 1997 (ha chiuso con la qualifica di internazionale), diventò istruttore regionale dopo aver superato le selezioni al corso di Roseto degli Abruzzi del 1978. Nello stesso anno fu nominato, per elezione, fiduciario provinciale del CIA, mentre nel 1987 divenne coordinatore regionale degli ufficiali di campo.

Franco, hai fatto parte di una generazione straordinaria: Dino Masala, Donatella Cogotti, Rosalba Pinna, Giovanna Caput, Enrica Birocchi, Maria Josè Mereu, Maria Annunziata Sannais. Spero di non aver dimenticato i nomi più rappresentativi.
"L’elenco in verità sarebbe lungo, e non voglio fare torti a nessuno. Oltre ai nomi dei cari amici che hai citato, tra gli arbitri mi piace ricordare Brancaccio Manca, Chicco Todde (entrambi scomparsi), Giampaolo Itzi, Loris Pinna e Marco Marinelli, con i quali sono cresciuto e ho coltivato la passione per la pallacanestro".

Come sei diventato ufficiale di campo?
"Da ragazzo avevo iniziato ad arbitrare la pallavolo, ma gli impegni universitari non mi lasciavano molto tempo libero. Un mio caro amico, l’arbitro Carlo Congera, mi suggerì di fare il corso alla Federbasket come ufficiale di campo. Mi trovai bene da subito, era un ambiente sano. Soprattutto, era un gruppo di amici. Mi ritengo fortunato di aver conosciuto quel periodo d’oro, ho passato in Federazione gli anni migliori: il Brill e il Cus Cagliari in serie A, un movimento prolifico e di qualità. C’era entusiasmo. Noi eravamo apprezzati anche nella penisola, perché garantivamo una gestione imparziale del tavolo. Purtroppo da altre parti prevaleva non dico la faziosità, ma perlomeno l’emotività. Per noi segnava la squadra A o la squadra B, il nome non importava".

Hai conosciuto il passaggio degli ufficiali di campo all’interno di un organismo della Fip.
"È vero. L’Italia, peraltro, è un caso atipico: altrove svolgono questa funzione i volontari scelti all’interno delle società sportive. Qui si è preferito avere una struttura più professionale. La mia generazione è andata in trasferta anche nella penisola, soprattutto nelle città collegate con voli diretti, per esempio Roma, Milano e Pisa. Oggi da Cagliari al massimo si può andare a Sassari: è un po’ limitativo. Ma non c’era soltanto la serie A: ricordo ancora con grande piacere il mio esordio in una gara juniores maschile tra Aquila ed Esperia, il 14 gennaio 1974".

Hai conosciuto tante persone.
"Molte delle quali davvero straordinarie. Penso soprattutto al grande  presidente Cenzo Soro, un vero uomo di sport. E poi ricordo con affetto Efisio Zucca e Livio Sorresu. Una persona che non dimentico è Ninì Ardito, ex arbitro internazionale e istruttore nazionale degli arbitri. Un vero maestro. Diceva sempre che il miglior arbitro è quello che non si fa notare. Lo stesso valeva per noi. Quello che accade al tavolo non è plateale, la gente non ti fila, a meno che non commetta un errore".

Sei sempre stato apprezzato per la tua onestà morale e intellettuale.
"Conservo un bellissimo ricordo di quel periodo: per le persone che ho conosciuto, ma anche per la crescita personale e umana che il basket mi ha dato. Chi è preposto a far rispettare le regole di una competizione sportiva, deve farlo in modo deciso ma anche garbato e, soprattutto, con imparzialità e la competenza che deriva da una seria preparazione, rispettando il grande lavoro che le squadre fanno per affrontare una gara. Una lezione che mi è tornata utile anche nella vita".


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